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Disclaimer: tutti i personaggi e le location appartengono a JK Rowling, escludendo Mary-Jane Holt e Marius Olaffson.
ATTENZIONE: questa ff è il seguito e la conclusione di “Il volo dell’usignolo”.
IL CANTO DELL’USIGNOLO
CAP I
Era una di quelle notti senza luna e senza stelle che sono il sogno dei tagliagole. L’aria era gelida e immobile, gli alberi estendevano i loro rami scheletriti verso il cielo, nero contro nero.
La foresta era completamente silenziosa, non attraversata da uno schiocco di barbagianni, né dal verso cupo di un gufo. I lupi tacevano, le volpi riposavano nelle loro tane, i cervi muovevano i loro fragili passi senza fare rumore, cercando un tratto di ruscello non ghiacciato dove abbeverarsi.
Ma gli animali intirizziti non erano gli unici abitanti della foresta, quella notte.
Immobili dietro ai tronchi, le dita irrigidite dal freddo, le labbra appena socchiuse per non lasciar sfuggire nuvole di vapore troppo visibili, circa trenta tra maghi e streghe aspettavano in silenzio.
Ognuno di loro aveva la sua bacchetta stretta in un pugno, i nervi scoperti dal tentativo di rimanere costantemente all’erta, pronto ad usarla.
Uno di loro non faceva alcuna fatica a concentrarsi. Aveva i muscoli stretti dalla morsa del gelo proprio come tutti gli altri e i suoi piedi erano bagnati e sprofondati nella neve proprio come quelli degli altri, ma non se ne accorgeva nemmeno. Stringeva nel pugno una bacchetta di legno di agrifoglio da undici pollici, con un’anima di piuma di fenice.
Ed era pronto ad usarla.
Era tutta la vita che era pronto.
Aspettavano nella foresta da quasi un’ora, acquattati dietro agli alberi, nel buio più fitto, quando finalmente qualcosa si mosse.
Prima si udì il leggero suono della crosta della neve che si rompe, il delicato scalpiccio di quattro zoccoli che trovano la propria silenziosa strada verso l’acqua. Malgrado l’oscurità i maghi riuscirono a distinguere il vago lucore del pelo dell’unicorno.
Era un esemplare giovane, ancora parzialmente argentato, l’unico che Hagrid fosse riuscito a catturare con così breve preavviso. Speravano tutti che non dovesse morire: non c’è niente di più puro ed immacolato di un unicorno, ed ucciderlo è un delitto.
L’unicorno abbassò il muso nel tratto scongelato di torrente, muovendo nervosamente le orecchie. Forse sentiva qualcosa che loro non sentivano.
Era così.
Fu molto veloce. Nessuno dei maghi in agguato aveva avvertito l’approssimarsi del cacciatore, che era stato silenzioso come un serpente nell’acqua. Ci fu un’esplosione di luce dorata e l’unicorno nitrì spaventato. Un laccio luminoso di magia ora gli stringeva il collo, sorretto da una mano ferma che lo stava tirando nel buio.
I maghi si mossero come un solo uomo. Aspettavano quel momento da molto tempo, e Harry Potter l’aveva aspettato più di tutti.
Dieci auror lanciarono una sfilza di incantesimi che impedissero di smaterializzarsi. Di là non se ne sarebbe andato nessuno. Charlie Weasley e suo fratello Bill piegarono magicamente i rami degli alberi in modo da creare una sorta di gabbia intricata. Era un sistema che a volte si usava per catturare i draghi e Harry aveva detto loro che in passato si era rivelato efficace anche per la loro preda. Altri cinque auror si occuparono di rendere la barriera impenetrabile alla magia.
Ormai racchiusi dentro una cupola di rami, i maghi illuminarono la radura.
La luce grigiastra mostrò l’unicorno che scalciava e il suo cacciatore. Le mani del cacciatore lasciarono la presa sul lazo magico.
Non abbastanza in fretta.
Hermione Granger, Ron Weasley, Remus Lupin, Neville Paciock e Nimphadora Tonks lanciarono contemporaneamente il più potente dei loro schiantesimi, urlando.
Il cacciatore riuscì a parare il colpo solo a metà, volando a terra piuttosto ammaccato. Sollevò con un gesto rapidissimo una bacchetta. Legno di tasso, tredici pollici e mezzo, con un’anima di piuma di fenice. Non riuscì ad usarla.
Harry Potter lo stordì con una fattura, facendogli perdere la presa.
L’unicorno nitriva a più non posso, correndo in cerchio attorno alla gabbia di rami.
Il cacciatore, a terra, privo di bacchetta, contuso, alzò su Harry Potter un paio di furenti occhi vermigli. Harry li fissò senza timore, calmo, tranquillo.
Sollevo la bacchetta.
Il cacciatore cercò di rialzarsi e da una delle sue mani si liberò una sfera di luce bianca dall’aspetto micidiale. Una serie di lacci magici lo inchiodarono a terra, partendo da quindici bacchette diverse e Hermione distrusse la sfera prima che avesse percorso un metro.
A terra, nella neve smossa, intrappolato, di nuovo il cacciatore alzò lo sguardo su Harry.
Contrasse la mascella. “Avanti” disse.
Per un attimo Harry vide i suoi occhi attraversati dal terrore, poi il mago li strinse con forza, preparandosi alla fine.
Harry sollevò la bacchetta e, scandendo bene ogni lettera, pronunciò: “Avada Kevrad…” La voce gli morì in gola. Deglutì. La sua bacchetta tremò.
“Harry!” gridò Ron.
“Avad…” tartagliò Harry, con voce debole, continuando a puntare la bacchetta tremante sul cacciatore. Il fiato gli si strozzò.
La sua preda aprì gli occhi, stupito. Solo di una fessura, come se non avesse il coraggio di guardare. Il suo labbro inferiore iniziò a tremare, mentre respirava forte, come se avesse corso per dieci chilometri senza mai fermarsi.
“Harry!” disse Hermione, preoccupata.
Lui abbassò la bacchetta, che gli scivolò di mano e cadde nella neve. Tremava violentemente. Lord Voldemort, a terra, tremava anche lui. Entrambi ansimavano.
Ad Harry cedettero le gambe. Cadde in ginocchio e si coprì la faccia con le mani. “Non ci riesco…” singhiozzò. “Non… posso… ucciderlo…”
Si piegò su se stesso, quasi a nascondersi. “Mamma… papà… oh, che cosa posso fare?”
Tra i maghi iniziò a correre un bisbiglio sommesso, che stava crescendo velocemente di tono. Erano sotto shock. Non potevano credere a quello che vedevano.
“Harry…” mormorò Ginny, avvicinandosi. Gli appoggiò una mano sulla spalla.
Lui vi appoggiò sopra la propria e strinse. “Perché devo essere così vigliacco? Non riesco ad ucciderlo!” miagolò.
Il brusio salì ancora di tono.
“Lo faccio io!” si sentì dire ad un giovane mago sulla ventina, che si sollevò una manica e fece un passo avanti.
“Tu non fai proprio niente” ribattè, calmo, Remus Lupin, spostando quasi pigramente la bacchetta su di lui. “Qua nessuno è un assassino a sangue freddo.”
“E che cosa dovremmo fare, allora?” gridò il giovane. La sua domanda fu ripetuta da varie parti. “Sì, volete lasciarlo libero?” E: “Ammazziamolo!”.
“Charlie? Vai ad avvertire Minerva McGrannit che l’abbiamo catturato” disse Lupin, con aria pacata. Il brusio scese di tono ma non si arrestò. Charlie lanciò un’occhiata confusa al professore dalla chioma argentea e si voltò. Muovendo la bacchetta fece aprire una piccola porta nella cupola arborea, richiudendola dietro di sè.
“Harry?” chiamò Lupin. Harry Potter, non più un ragazzino da lunghi anni, alzò su di lui lo sguardo confuso di un adolescente, tirando su col naso. Remus lo aiutò ad alzarsi.
“Non ho mai creduto che lo avresti fatto” gli mormorò. “Ricordi? Ci impedisti di uccidere Codaliscia… ora puoi essere un raffinato uomo di mondo… un esperto mago… ma non sei cambiato.”
Harry distolse lo sguardo. “Già. Sono sempre un vigliacco.”
“No. Sei sempre incapace di uccidere a sangue freddo. Sono certo che Silente sarebbe fiero di te.”
Tornò a voltarsi verso il prigioniero, a terra. Voldemort sembrava essere arrivato a patti con il fatto che nessuno lo aveva ucciso. Non tremava più per niente e osservava le persone attorno a sè con gelido interesse.
“In quanto a te, non credere di essertela cavata a buon mercato. Credo che al processo – perché non dubito che ci sarà un processo – avrai molto di cui rendere conto. Immagino che se sarai fortunato riceverai un bacio da un dissennatore.”
Il viso di Remus si allargò in un lento sorriso lupesco. “Se sarai fortunato.”
Il prigioniero non rispose. Non sembrava più spaventato e li guardava come se la situazione non lo riguardasse più di persona.
La sua bocca rimase tenacemente chiusa.
I rami che formavano la grande gabbia in cui erano rinchiusi tutti loro si sollevarono lentamente e comparve una vecchia alta e dall’aspetto severo, seguita da Charlie.
Fece qualche passo avanti, si portò una mano alla bocca, poi i suoi occhi scintillarono.
“Thomas Riddle” disse, alla fine, con gioia.
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Lui non era tornato. Mary-Jane Holt aveva aspettato fino alla sera successiva, prima di lasciare la casa nel bosco, probabilmente per sempre.
Ad Hogsmeade aveva sentito che era stato catturato. Prima di lui era stato catturato Codaliscia, che aveva parlato. Aveva raccontato ogni cosa, gemendo il suo pentimento, dalla posizione della casa al fatto che il suo padrone stava cercando un unicorno.
Nella casa non erano riusciti ad entrare – probabilmente non l’avevano neanche trovata - ma l’unicorno era stato una buona esca.
Mary-Jane aveva lasciato Hogsmeade prima che qualcuno vedesse oltre il suo travestimento da strega di palude. La gente era in festa. Lord Voldemort catturato e annunci di nuovi mangiamorte arrestati ogni ora. Bellatrix Lestrange, Severus Piton, Lucius Malfoy. E poi Nott, McNair, Lestrange, Draco Malfoy, Narcissa, Tiger… i nomi non finivano più. Maghi che venivano liberati dagli incantesimi Imperius in ogni parte della Gran Bretagna.
Dal paese più vicino a Hogsmeade Mary-Jane aveva preso un treno per Londra vestita da babbana.
Non si sentiva affatto bene.
Non solo era confusa, triste e spaventata. Aveva anche lo stomaco in subbuglio e l’odore del treno le dava la nausea.
A Londra, appena uscita dalla metropolitana, iniziò ad incrociare nelle vie del centro in cerca di notizie. Sapeva che i maghi non l’avrebbero notata. Il suo era un buon travestimento. Il suo viso poteva forse essere comparso su molti annunci e ordini di cattura, sulla Gazzetta del Profeta e su Strega Moderna, ma… La donna babbana che attraversava Londra con i capelli raccolti, il viso truccato sobriamente, un tailleur-pantalone grigio e un cappotto nero era troppo diversa dalla Mary-Jane Holt vestita da strega o da usignolo in un’opera lirica perché la riconoscessero.
Si sarebbe sentita meno sicura se avesse bevuto la pozione polisucco. I maghi festeggiavano, ma era certa che gli auror fossero in caccia come non mai.
A Piccadilly Circus un anziano stregone la abbracciò senza motivo, strillando incomprensibili frasi di felicità in stretto dialetto gallese. Mary-Jane colse nel suo cervello l’immagine di Voldemort chiuso in una cella anti-magica.
Si allontanò in fretta.
Continuò a fendere la folla come una babbana di fretta, cogliendo le immagini che le passavano involontariamente i maghi in festa. Avevano abbandonato ogni prudenza. C’erano molti babbani che li guardavano stupiti e i gufi volavano dappertutto.
Dopo meno di mezz’ora Mary-Jane seppe che Voldemort era chiuso in un cella che annullava ogni tipo di magia nei sotterranei del Ministero. La data del processo doveva essere ancora fissata.
Mary-Jane camminò, adesso più lentamente, lontano dalla folla. Arrivata al Tower Bridge girò a sinistra, attraversando i nuovi docks, spingendosi oltre, dove sul lungo-fiume si aprivano le terrazze deserte dei nuovi condomini con le loro panchine e il parapetto cromato, direttamente sull’acqua.
Si appoggiò al parapetto e guardò nei flutti limacciosi del Tamigi. Il vento era gelido e sferzante, il cielo quasi bianco, e Mary-Jane non aveva idea di che cosa avrebbe dovuto fare.
Immaginò Voldemort chiuso nella sua cella. Niente magia. Mary-Jane sentì un dolore sordo all’altezza del petto. Lui era magia al novanta percento. Era quasi tutto magia. In questo modo era come se gli avessero tolto una parte di sè. Una parte non trascurabile. Doveva soffrire moltissimo.
E lei… che cosa avrebbe dovuto fare?
Per un attimo la sua mente fu attraversata dal pensiero che quello era il momento di tirare fuori le palle, distruggere l’amore e unire il suo dito agli altri indici puntati nei propri J’accuse.
Scrollò la testa, e il movimento fece staccare la prima lacrima dal suo viso, da dove precipitò verso l’acqua come un diamante di luce.
Non l’avrebbe fatto, naturalmente. Non avrebbe potuto. Un anno prima aveva dovuto prendere coscienza del fatto che la sua scelta di campo era stata definitiva. Non aveva importanza che ogni volta che aveva saputo di un crimine, di un omicidio, di un atto d’odio, dentro di sè avesse sofferto. Non aveva alzato un dito per impedirlo.
Era, a tutti gli effetti, una complice.
Un’altra lacrima cadde nel vuoto e Mary-Jane la perse di vista prima che toccasse l’acqua.
Anche adesso non poteva pensare ad altro che a come riaverlo con sè o, per essere più precisi, essere di nuovo con lui.
E al diavolo la massa mediocre che tentava di premere sulla sua coscienza.
Nessuno di loro aveva abbastanza fegato da sognare di innalzarsi sopra ai propri limiti. Nessuno di loro desiderava altro che la propria grigia esistenza. Che se la tenessero, finchè potevano.
Iniziava ad odiarli anche lei.
Un’altra lacrima, di dolore e di rabbia, rotolò nell’aria verso il Tamigi. Mary-Jane l’asciugò col dorso della mano, poi raddrizzò la testa e le spalle.
C’era un altro essere umano, ora, appoggiato al parapetto, una cinquantina di metri più in là. Un babbano sulla trentina. Anche lui guardava nell’acqua torbida del Tamigi come se potesse dargli un consiglio.
Indossava un lungo cappotto grigio-verde ed aveva un buffo cappello imbottito calcato sulle orecchie.
Forse sentendosi osservato, il babbano si voltò verso di lei.
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Il prigioniero non si era praticamente più mosso da quando la porta della cella si era chiusa dietro di lui.
Si trattava di una piccola stanza di pietra, di circa tre metri di lato, all’ultimo piano del Ministero della Magia, nelle segrete. La parete che dava sul corridoio era composta da sbarre di metallo e non c’era neanche una microscopica feritoia. Difficile che qualcuno fornisse una cella anti-magia di una finestra. Anzi, a quasi cinquanta metri sotto al suolo, sarebbe stato uno spreco assurdo.
Il prigioniero era murato vivo.
Le tre guardie che non dovevano perderlo di vista un istante sapevano che non era stato portato ad Azkaban perché il luogo, senza dissennatori, non era il massimo della sicurezza. Non che con i dissennatori sarebbe stato meglio, visto che erano dalla sua parte.
Nella cella c’era una sorta di letto, che in verità era un tavolo di legno appeso al muro, e un buco nel pavimento troppo piccolo perché un uomo, anche un uomo disperato, vi potesse passare.
Nient’altro.
Non c’erano libri, non c’era carta, non c’erano penne, né una sedia. Non c’era magia, né ci poteva essere.
Il prigioniero indossava una lunga veste da mago nera, un paio di robusti stivali di pelle ed un mantello di panno dello stesso colore. Meglio per lui, perché la cella non era riscaldata.
Quando era stato portato dentro ci aveva messo meno di un secondo ad abbracciare il luogo con lo sguardo ed a vedere tutto quello che c’era da vedere.
Si era steso sul letto ed aveva iniziato a fissare i suoi carcerieri.
Era uno sguardo freddo, crudele, così malvagio da essere osceno, ed i carcerieri avevano rabbrividito. I tre carcerieri, dovevano ammetterlo, se l’erano fatta sotto dalla paura.
Avevano ordine di non parlargli e di non perderlo di vista un istante.
Niente poteva impedire a lui di fissarli o di parlare loro. Ma dalle sue labbra non uscì neanche mezza parola.
Dopo forse tre ore di immobilità assoluta, tre ore durante le quali il suo sguardo non li aveva lasciati neanche per un istante, il prigioniero voltò loro le spalle, girandosi verso il muro.
Le tre guardie sospirarono.
Avrebbero sognato quello sguardo serpentino, freddo e purpureo negli anni a venire.
Sarebbero stati incubi.
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Harry guardò la donna che lo guardava. L’aveva notata a stento al suo arrivo. Era troppo stanco, abbattuto e confuso per far caso a una babbana che guardava nel fiume con aria triste.
Mary-Jane Holt era bella come ricordava, con quell’ossatura fragile da uccello, il collo sottile e aggraziato, la figura sottile.
E ricordava la sua voce. Una voce alta e potente, ferma e vibrante allo stesso tempo, capace di salire fino a farti rizzare tutti i peli sul corpo.
Sì, ricordava la sua voce.
Le andò incontro, la mano nella tasca, stretta attorno alla bacchetta. Credeva che si smaterializzasse, ma lei rimase ferma davanti a lui, impassibile.
Il suo bel viso aveva un’espressione dura, adesso, e per un istante Harry ebbe quasi paura di lei.
“Magari dovrei ucciderti, Harry Potter” gli disse, parlando per prima, mentre lui ancora si avvicinava. Aveva la sua bacchetta in mano e Harry notò per la prima volta che era di legno chiaro, quasi bianco, forse di biancospino.
Lei seguì il suo sguardo.
“Non è una di Olivander. E, sì, è biancospino. Biancospino e corno di unicorno.” Gli sorrise freddamente. “Vorresti provare l’articolo? Sono molto tentata.”
“Anche ammesso che ci riuscissi… Non sei un’assassina.”
Il sorriso di lei si riassorbì nel suo viso.
“Non ancora” lo corresse.
Harry estrasse la bacchetta.
“Che cosa ne diresti, invece, di finire nella cella accanto alla sua?” Diede un ironico colpo di sopracciglia. “No, anzi. Non accanto alla sua. Diciamo allo stesso piano.”
Mary-Jane gli lanciò contro una maledizione silenziosa, che sibilò nell’aria e si mosse in modo strano, cambiando più volte traiettoria. Harry la schivò per un pelo.
“Magari tu e i tuoi amici potreste tenervi compagnia in fondo al Tamigi. L’uno accanto all’altro, visto che sono notoriamente una persona generosa.”
Dalla sua bacchetta uscì un flusso di luce chiara, che si arrotolò attorno ad Harry in modo insidioso. Quando Harry si materializzò qualche metro più in là vide subito che il cordone di luce continuava a circondarlo, e si stava stringendo. Ora aveva una testa, come di serpente piumato, ed un lungo corpo le cui spire interminabili si chiudevano sempre di più.
Evidentemente Mary-Jane aveva imparato qualcosa, nell’ultimo anno. Harry la ricordava come una combattente mediocre.
Fece forza contro il serpente piumato di luce e tentò di liberarsi. Più spingeva più la magia si stringeva attorno a lui.
Mary-Jane gli si avvicinò di un passo e gli sfilò la bacchetta di mano.
“Davvero, Harry… non dovresti sottovalutare così i tuoi avversari” mormorò, rigirandosela tra le mani.
“Potrei spezzarla in due. Ho sentito delle storie interessanti su questa bacchetta.”
Harry, stritolato dal serpente di luce, cercò di dibattersi.
Mary-Jane scosse la testa. “Ma no. Potrebbe ancora servire.” Poi fissò i suoi occhi blu oltremare in quelli di lui. “Scherzavo prima, Harry. Non ho alcuna intenzione di ucciderti.”
Poi tutto quello che vide fu il buio.