RACCONTI DELLE STAGIONI

Una raccolta di piccoli pezzi scritti nell'arco di vari mesi, seguendo la Sfida delle Stagioni proposta dal sito Magie Sinister.

Appartengono alla stessa Sfida anche le mie storie: "Quattro picnic, un matrimonio", "Il giorno dei gigli" e "Conta di primavera", che sono già state pubblicate su questo sito separatamente.

L'intento è quello di riunire questi nuovi segmenti (racconti e, ahimè, poesie) in un unico gruppo, per archiviarli in ordine consecutivo.

...~O~...

ESTATE

Hogwarts, 1971, primo giorno d'estate

by Lady Memory

Il primo giorno di vacanze del suo primo anno di scuola, Severus scopre di avere un amico speciale.

Ovviamente, i personaggi di questa storia non mi appartengono. Un ringraziamento a JKR per averli inventati.

...

Sole.

Luce che per un momento ferisce le pupille.

Silenzio.

Poi l'impatto crudele con la terra.

Dolore.

Risate.

Mulinelli di pulviscolo nell'aria calda.

E rumore di passi in fuga.

Stordito, l'odore pungente della polvere ancora nelle narici, il ragazzo si passò lentamente una mano sul viso e si accigliò, vedendo una macchia rossa allargarsi tra le sue dita. Il sangue adesso cadeva in gocce regolari, imbrattando il verde argento della divisa di seconda mano che gli scherzi di quegli stupidi Grifondoro avevano già messo a dura prova nel corso dell'anno.

La rabbia si coagulò in frustrazione, ma il ragazzo soffocò i singhiozzi che salivano prepotenti dentro di lui. A cosa serviva piangere infatti? Cupamente, cercò di frenare la piccola emorragia e pensò che Hogwart si era rivelato infinitamente peggiore di quanto i suoi sogni e i racconti di sua madre gli avessero fatto sperare…

Per l'ennesima volta, quei piccoli bastardi l'avevano attaccato in gruppo - la risatina eccitata di Peter Minus gli risuonava ancora nelle orecchie – ma per fortuna qualcosa li aveva interrotti quasi subito, così lui se l'era cavata meglio del previsto. Grazie al cielo, Lily non era lì a vedere la sua disfatta. Purtroppo i guai cominciavano adesso. Nel giro di pochi minuti avrebbe dovuto prendere la carrozza e poi il treno, ma i suoi vestiti erano sporchi e macchiati, e per quel che poteva capire, aveva un brutto taglio sul labbro e sicuramente un livido sul viso e forse qualcos'altro ancora…

La stoffa della divisa era lacerata là dove Sirius Black l'aveva strattonato… Il ragazzo considerò malinconicamente il resto del suo abbigliamento; non avrebbe fatto in tempo a chiedere aiuto agli elfi, e neanche avrebbe saputo come fare. I professori? Forse, ma a quale di loro rivelare cosa era successo? E soprattutto, dove trovarli? La scuola era finita, e in giro sembravano esserci solo studenti. E studenti pronti a prenderlo in giro per quel che gli era successo.

Immaginò l'ira di suo padre e il cupo risentimento di sua madre al vederlo arrivare così malconcio e con l'abito rovinato. La paura per un attimo gli paralizzò il cervello. Non sapeva come fare. Nel corso dell'anno aveva imparato ogni sorta di incantesimi difensivi, ma niente che lo aiutasse in un simile frangente. Gli elfi avevano sempre riparato i suoi vestiti, e Madama Pomfrey aveva curato tutte le sue ferite… eccetto quelle al suo orgoglio.

Se almeno sua madre fosse andata da sola ad attenderlo in stazione, avrebbe potuto sistemargli lei la divisa, con la magia, come faceva di nascosto a casa. Invece gli aveva fatto sapere, con commovente tenerezza, che all'arrivo sarebbe stato presente anche suo padre. Dopo un anno passato senza vedere il figlio, Tobias riscopriva sentimenti paterni, e proprio nel momento sbagliato. A vederlo conciato così, quanto sarebbe durato quel rigurgito d'affetto?

Merlino, un litigio appena arrivato a casa e per di più con suo padre! Proprio il modo giusto di iniziare l'estate… Il ragazzo strinse i denti e si augurò che il treno non partisse mai, o quantomeno, deragliasse in corsa. Almeno avrebbe avuto una scusa per la divisa sbrindellata.

Poi un'ombra si allungò sul terreno e diventò sempre più lunga; a quel punto, il ragazzo capì perché questa volta il gioco dei suoi tormentatori era durato così poco. Stava arrivando un adulto, e gli altri non avevano voluto farsi pescare sul fatto. Così sarebbe toccato a lui ancora una volta. Il danno e le beffe. L'offesa e il rimprovero.

Il ragazzo alzò il viso e i suoi occhi incontrarono lo sguardo interrogativo di un immenso omone barbuto. Un cane, un enorme bracco sbavoso dagli occhi umidi, lo seguiva scodinzolando lentamente e ansimando per il caldo. Il ragazzo ebbe un attimo di smarrimento di fronte a quelle due creature colossali, poi ricordò chi era il gigante che gli stava davanti: Rubeus Hagrid, il guardacaccia. L'adulto meno temuto dagli studenti, nonché il personaggio più beffeggiato dal gruppo dei Serpeverde.

Il ragazzo pensò che sarebbe potuto andargli peggio. Quell'uomo gigantesco dimostrava una grande imponenza fisica ma certo non aveva l'autorità di un insegnante. Si preparò ad una risposta sprezzante. Almeno avrebbe sfogato su qualcuno la rabbia che aveva in corpo.

Ma l'omone non pareva avere intenzioni ostili, anzi sembrava stranamente preoccupato.

"Ehi! Che ti è successo?" chiese, inclinando il testone cespuglioso. "Sei caduto? Ti sei fatto male?"

Le parole gli salirono alle labbra prima che potesse frenarle. "Mi hanno spinto giù dal muretto per divertirsi."

"Ah!" disse il gigante, accigliandosi. "Che scherzo stupido! Chi è stato?"

Il ragazzo ebbe la forte tentazione di rispondere con la lista dei suoi persecutori. Non ci sarebbe voluto molto. In fondo erano solo quattro. Per tutto l'anno, erano stati sempre soprattutto quei quattro: James Potter e Sirius Black, ricchi e popolari tanto quanto lui era povero e solitario; quel viscido esemplare di Peter Minus, spettatore entusiasta del tormento altrui; e poi Remus Lupin, che chiaramente disapprovava ma non faceva mai niente per fermare la brutalità degli altri tre.

Aveva già i nomi sulla punta della lingua quando ricordò che lui era un Serpeverde, e quegli altri invece erano Grifondoro, e godevano della simpatia di quasi tutti gli insegnanti, che chiudevano spesso un occhio davanti alle loro scappatelle, specialmente quando i coinvolti erano Potter e Black. Persino Silente, il preside, sorrideva quando gli riferivano dell'ultima trovata dei fantastici quattro. Ovvio, era un Grifondoro anche lui… e da che Casa veniva Hagrid?

Il ragazzo scrollò le spalle e disse laconicamente, "Non lo so, non li ho visti…"

Poi però gli vennero le lacrime agli occhi. Che ingiustizia non poterli neanche denunciare! Desiderò che Hagrid si fosse trovato più vicino per poterli vedere direttamente in azione; chissà se magari, forte com'era, sarebbe intervenuto in sua difesa?

L'omone lo considerò con uno sguardo stranamente acuto e tuttavia pieno di compassione. "Fa più male dentro che fuori, non è vero?" disse pianamente.

Il ragazzo spalancò gli occhi. Come poteva saperlo?

Il gigante adesso alzava le spalle con un sospiro e si sedeva sul muretto accanto a lui. "Eh sì, è proprio uno scherzo stupido. Ma sai, i ragazzi sono imprudenti, e non pensano che ci fanno del male agli altri. O che gli altri ci rimangono male. E' successo anche a me quando ero piccolo."

Piccolo? Il ragazzo aggrottò la fronte. "Non ci credo," disse in tono chiaramente scettico, misurando con un'occhiata eloquente le dimensioni di quell'uomo immenso.

Ma Hagrid si chinò con aria complice. "Se ti dico un segreto, sai mantenerlo?"

Perplesso, il ragazzo fece segno di sì.

"Ecco, vedi, io sono grosso. E questa non è una cosa che puoi nascondere. Tu penserai che siccome sono così grosso, non ho problemi a difendermi. E invece non è vero. Gli altri avevano sempre qualcosa da dirmi contro, e qualche scherzo da farmi. Sembrava che io a loro proprio non ci piacevo. E allora sai che cosa ho fatto?"

Incuriosito, il ragazzo mosse la testa per dire che no, non lo sapeva, ma avrebbe proprio voluto saperlo.

"Mi sono fatto degli altri amici. Amici che erano contenti di stare con me e non ci importava se ero grosso e goffo. Ecco, vedi, amici come lui. Come Odino."

E indicò l'enorme bracco sbavoso che si era appisolato ai loro piedi e che alzò la testa al sentirsi chiamare.

Il ragazzo lo guardò. Poi rispose, abbassando la testa e ammettendo la sua inferiorità in questo campo, "Io non ho animali."

"Ah sì, capisco. Ma se vuoi, te ne rimedio uno io da tenere in camerata, un bel gattino o un gufetto. Che cosa dici, ti piacerebbe?"

Per quanto tentato, il ragazzo scosse nuovamente il capo. "Non potrei portarli con me. Mio padre non vuole "bestie" a casa."

"A casa, eh? Oh, ma è vero!" Hagrid sembrò accorgersi della situazione solo in quel momento. "Tra poco devi partire. E guarda come sei conciato."

A quel tono di sincero interessamento, parole di sconforto sfuggirono nuovamente dalle labbra del ragazzo. "Mio padre me le suona se arrivo così…"

"Sciocchezze! Adesso ti aiuto io. Un guardacaccia ha sempre robe utili per questi casi. Sapessi quante volte mi faccio male nella foresta!"

L'omone aprì la sua bisaccia e tirò fuori un vasetto con un unguento dall'odore fortemente aromatico.

"Ecco", disse, spalmandoglielo sul viso con sorprendente delicatezza. Il ragazzo si sentì subito meglio. "Grazie", mormorò stupito.

"La divisa si è strappata, ma ci vuol poco a sistemarla," aggiunse Hagrid, strizzandogli l'occhio. Il gigante estrasse ago e filo, poi si guardò intorno. "Vedi qualcuno?" sussurrò.

"No", mormorò il ragazzo, incuriosito e speranzoso. Hagrid si illuminò. "Allora posso farlo", dichiarò con un sorrisone di complicità. "Tu però non dire niente."

"Reparo", esclamò, indicando il colletto con l'ago. Istantaneamente, la stoffa si ricucì. Poi il gigante mise in piedi il ragazzo e gli spolverò la divisa dalla polvere con abili colpi delle manone, senza fargli male.

"Ecco, così tuo padre nemmeno se ne accorge," dichiarò soddisfatto. "Però poi ci devi parlare a tua madre che lo sistema meglio. Sono maghi tutti e due i tuoi?"

"No, solo la mamma," rispose il ragazzo, guardandosi il vestito risanato, ancora incredulo per tanta fortuna.

"Ah bene, non importa", disse Hagrid vagamente, ma sembrava che stesse pensando ad altro.

"Sai, ho capito chi sei tu", aggiunse infatti dopo un momento di evidente riflessione.

Il ragazzo si preoccupò. "Davvero?" rispose con un certo timore. Che si fosse messo nei guai, dopo tutto?

"Tu non ti chiami Snape, Severus Snape?" chiese Hagrid, e fece un gran sorrisone.

"Sì…. ma come fai a saperlo?" disse il ragazzo, rincuorato da quel sorriso.

"Lo so perché sai chi mi parla sempre di te? Il professor Slughorn."

La notizia era incredibile, e Severus sussultò. "Cosa? E perché?"

"Ehhhh… Dice che sei bravissimo a pozioni", dichiarò Hagrid scuotendo il testone con aria di importanza come per sottolineare la verità delle sue parole. "Dice che siete i migliori della sua classe. Tu e quella bella ragazzina che ha i genitori babbani. Quella che si chiama Lily. Dice che siete fantastici tutti e due."

Il sole estivo assunse una sfumatura più intensa agli occhi di Severus, e il cuore gli si aprì ad una felicità indicibile.

"Sai," spiegò Hagrid, quasi a scusarsi di sapere tutte quelle cose, "sono io che gli porto dalla foresta alcune delle robe che gli servono per le vostre lezioni, e allora lui mi parla di voi e mi racconta quanto siete bravi."

"Davvero? Davvero dice questo?" Severus chiese avidamente, desideroso di sentirsi ripetere quella lode che arrivava da una fonte inaspettata ma sicuramente sincera.

"Ma certo. Perché dovrei dirti bugie? Non è vero che sei bravo?" Hagrid rispose con disarmante semplicità.

"Beh, ecco, sì," Severus ammise finalmente, soprattutto a se stesso, e si sentì improvvisamente orgoglioso.

"E Lily non è brava anche lei?" chiese poi Hagrid.

"Oh sì, tantissimo," rispose impetuosamente Severus. Poi mormorò con aria timida (sentiva di potersi confidare), "Lily è la mia migliore amica."

Hagird annuì con un cenno d'intesa. "E' carina, vero?"

Il ragazzo arrossì, e Hagrid gli fece di nuovo l'occhiolino. Per un lungo momento, Severus apprezzò la simpatia e la gentilezza istintiva di quell'omone che i suoi compagni disprezzavano o prendevano regolarmente in giro.

Poi Hagrid ridiventò serio. "Ma io ti faccio perdere tempo qui. Devi andare, o perderai il treno."

Severus si risvegliò dai suoi sogni beati. "E' vero, è tardi. Io… grazie, Hagrid!"

Il gigante sfoderò di nuovo un sorrisone. "Non ti preoccupare. Siamo amici adesso, vero?" E tese una mano grande come un remo.

"Amici", confermò Severus gravemente, inserendo la sua mano in quella di Hagrid, dove subito scomparve come inghiottita.

Il gigante lo guardò con simpatia; poi, dall'alto della sua statura che gli permetteva di vedere più lontano esclamò, tutto agitato, "Presto, devi andare, stanno salendo sulle carrozze!"

Al sentire l'eccitazione del padrone, il bracco si rimise in piedi ed emise un ringhio, ma Severus non si allarmò.

"Grazie, Hagrid," disse ancora, non trovando un altro modo di esprimere la sua gratitudine, poi si avviò correndo verso il luogo di raduno, girandosi dopo qualche passo per guardare indietro.

Hagrid era rimasto fermo e sorrideva, agitando la manona in un saluto. "Ci rivediamo a settembre!" gridò.

...

Severus adesso correva.

Faceva caldo, ma lui non lo sentiva.

Era in ritardo, e rischiava una sgridata, ma tutto questo non gli importava più.

I suoi vestiti erano di nuovo presentabili, e la sua faccia non aveva più tagli o lividi, e tuttavia non era questa la cosa essenziale.

Perché adesso aveva un nuovo amico, qualcuno che era completamente diverso da lui, eppure lo capiva. L'estate non poteva cominciare meglio.

Alle sue spalle, Hagrid sospirò e chiamò il cane, preparandosi a tornare a casa. Poi, come colto da un pensiero improvviso, alzò la testa di nuovo e vide il ragazzo arrivare tra i compagni tutto ansante per la corsa, mescolandosi al gruppo vociante dei Serpeverde da cui fu accolto con pacche cameratesche e grida festose incomprensibili a quella distanza.

Il volto di Hagrid si rischiarò in uno dei suoi enormi sorrisi buoni.

"E' un bravo ragazzo ed è anche molto in gamba," dichiarò al maestoso bracco che lo seguiva pigramente. "Sono sicuro che resteremo amici."

E fischiettando allegro, l'omone si incamminò verso casa.

...

PICCOLA POESIA D'ESTATE

Mi stai parlando! Sento la tua voce

nel canto di un fringuello sbarazzino,

nell'ondeggiare tremulo di un fiore,

nel frusciante trifoglio del giardino.

E io rispondo… con parole nuove,

le parole che avrei voluto dire;

sfavillanti d' amore come il sole.

Le parole che adesso puoi sentire.