L' ultimo respiro di eternità

1. La Solitudine di un Leone.

Ogni volta che il Leone passava attraverso la Prima Casa per giungere alla Quinta, la sua, udiva solo i propri passi riecheggianti nel freddo delle sale disadorne. L' armatura dell' Ariete restava dimenticata, investita, al centro della Prima Casa, amplificando il senso di abbandono che aleggiava per l' atmosfera.
Alla luce delle stelle che gelide e indifferenti brillavano sopra il cielo greco, una lieve ragnatela fluttuava tra due colonne.
Bella, brillante, fragile.
La solitudine diveniva, in quei momenti, ancora più invasiva per Ioria. Dunque così tanto tempo era passato da quando Mur se n' era andato? Mur si era ritirato nel suo esilio sui ghiacci, e Ioria non l' avrebbe più visto.
Ma cosa cercava Mur, che in Grecia non avrebbe trovato?
Che soddisfazione c' era per lui, lontano dalle braccia amorevoli di Athena, lontano dallo sguardo compassionevole del Gran Sacerdote?
Erano due segni di fuoco; morto Micene, solo con Mur poteva condividere quella sincerità interiore che con altri cavalieri non trovava.
Eppure in queste loro scelte non si capivano.
Ioria, così possente, così impetuoso, pieno di quella forza tipica dei giovani leoni che reclamano il possesso del territorio.
E Mur, esile, bellissimo, distaccato, giovane fuori, vecchissimo dentro, così vecchio che solo il Maestro di Libra avrebbe potuto essergli degno compagno in saggezza.
Ioria, rivestito di schinieri e spalliere tutto il giorno, anche quando non combatteva, amante dell' esercizio fisico e della lotta, amante del sudore.
E Mur, vestito di una semplice tunica cinese senza fronzoli, amante dei silenzi allungati nella desolazione degli altipiani tibetani, amante della contemplazione e della meditazione.
Così simili; così diversi.
Mur non desiderava i clamori del Grande Tempio, non partecipava agli agoni tragici nel Teatro, non si mostrava al Pireo, non frequentava l' Acropoli, non scendeva all' Astu.
Fin da bambino, la sua vocazione era stata più quella di un monaco che di un guerriero.
Così evanescente. Così vicino al Cielo. Così conscio del Soffio Universale che li cingeva tutti.
E il suo cosmo, così tiepido, così dolce.
Mur forse odiava i monti della Grecia.
Mur forse era indifferente ai monti della Grecia.
Il più bravo fabbricante di armature che si conoscesse.
L' uomo dal volto d' angelo, dal terzo occhio di veggenza infallibile.
L' uomo dai segreti imperscrutabili.
Ioria aveva troppo rispetto di lui per tentare di alzare quel velo di trine tristi che coprivano il viso niveo dell' Ariete.
Non l' avrebbe più rivisto, lo sapeva. Poteva agitarsi in preda ai sudori freddi e ai sogni di lui tutta notte, ma non avrebbe più rivisto il cordiale sorriso di neve di Mur.
Mur era lontano, nella catena tibetana, in chissà quale santuario sperduto tra le foreste di bambù e pini mughi, avvolto nelle nuvole troppo vicine alla terra, dove l' aria era così fine da far sanguinare il naso dei comuni mortali... Mur era là, ad un passo dalle nubi, a pregare e consultare l' I Ching se il volo di una gru prediceva sventure per il destino degli uomini.
Mur era solo, chiuso nel suo esilio di grande saggio, attento unicamente al suo percorso evolutivo, incurante degli spazi percorsi sulla terra da altri uomini, lontano dagli strazi della carne che affliggevano Ioria ogni volta che lo pensava.
Mur era alla sua ultima incarnazione; Ioria ne era certo.
Troppo evoluto per ridiscendere ancora in questo piano di materia degradata, di energia pesante, troppo immacolato e perfetto per essere ancora afflitto dai pensierucoli dell' uomo comune o per essere ancora sedotto dalle tentazioni della carne verso un' altra carne... Mur non era come lui.
Dopo questa vita, non l' avrebbe incontrato più. Mur sarebbe stato su un piano più alto, con compiti più importanti. Ioria sarebbe dovuto ridiscendere. Ioria non aveva ancora rinunciato ad essere, sostanzialmente, il proprio corpo, la propria forza soverchiante, per diventare il proprio spirito.
Il cosmo di Mur era leggero, non aveva peso specifico. Il suo cosmo invece era denso, ricco, pastoso, vibrante di quella potenza repressa che in battaglia lo rendevano il più temibile tra i guerrieri delle 12 Case. Ioria non aveva mai veduto qualcuno cos\'ec noncurante dei propri possessi terreni, della propria casa, perfino del proprio onore.
Ioria sapeva che Mur non sarebbe ridisceso in Grecia, le sue battaglie le aveva combattute tutte, il suo animo di pace per tutti ora voleva pace per sé.
Ioria sapeva che per rivederlo avrebbe dovuto intraprendere il cammino che porta lassù, dove l' aria é sottilissima, e nel passare attraverso le nuvole si starnutisce per il troppo ossigeno respirato.
Ioria sapeva che l' unico ossigeno per la sua anima era rivedere il saggio Grande Mur dell' Ariete.