CAPITOLO 1
Era un'afosa giornata estiva del luglio del 1937 e i contadini in quel periodo si preparavano a falciare i prati tardivi ed a raccogliere il grano.
In quel mese le campagne siciliane erano dorate grazie al sole che baciava con i suoi raggi le coltivazioni di grano e frumento facendole brillare e regalando, a chi passava di li, uno spettacolo unico.
Dalla piccola cascina dove vivevo si vedevano in lontananza le colline brulle che nascondevano il sole al tramonto, facendoci capire che la giornata di faticoso lavoro era terminata.
A quell'epoca avevo 17 anni ed ero una giovinetta allegra, un peperino che si divertiva a fare il maschiaccio ed avevo anche quella che si chiamava la tipica bellezza mediterranea tanto da non passare inosservata in paese: pelle accarezzata dal sole, lunghi capelli ondulati neri che abitualmente raccoglievo in una grande treccia, grandi occhioni castani che scrutavano curiosi e un corpicino formoso dai fianchi tondi tondi e un seno prosperoso.
Vivevo in una piccola cascina insieme alla mia numerosa famiglia: papà, mamma e le mie tre sorelle, inclusa me eravamo quattro ragazze; Rosa che aveva ven'tanni ed era la primo genita, Adele ovvero io che ero la seconda, Rachele e Susanna di rispettivamente 14 e 5 anni.
In uno di quei giorni andai, come sempre, al pozzo per prendere l'acqua e percorsi la solita strada sterrata dove di tanto in tanto passavano i pastori con i loro greggi o in groppa ai loro asini.
L'aria era pregna di polvere sollevata poco prima da un carretto che era passato a velocità e tossii dal fastidio che mi provocò.
Il pozzo si trovava sotto le grandi fronde di un vecchio albero dalle spesse radici che uscivano dal terreno sollevandolo. Gettai il secchio vuoto che allo scontro con l'acqua emise un tonfo soffocato e lo risollevai pieno fino all'orlo. Riempii la mia brocca e mi apprestai a ritornare a casa per aiutare mia madre con l'impasto per il pane.
Appena attraversai il muricciolo di pietra che delineava il confine della nostra proprietà sentii la voce rauca e sempre urlante nel suo ruvido dialetto di mio padre provenire dai campi dietro la cascina. Mi avvicinai per sentire meglio:
"Allora ragazzo pensi di riuscire a fare il contadino?" domandò a qualcuno
"Si, la fatica non mi fa paura. Sono venuto qui proprio per lavorare" rispose una voce suadente che mi incuriosì così da farmi sporgere in avanti per vedere chi fosse, ma mio padre si accorse della mia presenza "Adele! Vieni qua!", ubbidii e un pò esitante uscii allo scoperto. Mi ritrovai davanti ad un ragazzo altissimo e dalla pelle rosea. Indossava degli indumenti leggeri, ma ben tenuti e puliti: una camicia bianca aperta sul petto che lo lasciava ammirare senza complimenti da chi lo guardava e un paio di pantaloni marroni. Il viso fu la cosa che mi colpì maggiormente: aveva dei lineamenti che non si erano soliti trovare nella mia terra dove i ragazzi per lo più avevano visi scuri, squadrati e spigolosi. Lui aveva un viso pulito, chiaro che riluceva al sole come se quest'ultimo se ne fosse invaghito e con i suoi raggi lo stesse letteralmente baciando, i tratti erano armoniosi, le labbra carnose e davano l'idea di un'irresistibile morbidezza, il naso era grazioso e ben proporzionato al resto del viso e gli occhi erano di un'espressività accattivante, seducente, ma allo stesso tempo dolci con quelle limpide iridi nocciola, mentre i capelli corvini gli ricadevano lisci e morbidi sulle spalle.
"Questa è mia figlia Adele" disse mio padre togliendosi dalla bocca uno stelo di grano
"E' un piacere conoscerti, io sono Bill" disse soave il ragazzo sorridendo e mostrandomi una sfilza di denti bianchi e robusti. Sorrisi a mia volta.
"Lui mi farà d'aiutante visto che il Signore non mi ha mandato figli maschi" mi informò mio padre "Ora mettiamoci a lavoro però! Chidorme non piglia pesci!" esclamò poi e tutto compiaciuto trascinò il ragazzo con sè per i campi.

Entrai in casa e posai la brocca sul grande tavolo di legno massiccio dove già era posizionata la farina pronta per trasformarsi in impasto.
"Allora papà alla fine l'ha fatto veramente quello che diceva sempre" dissi rivolgendomi a mia madre, che ormai aveva i capelli stinti dalla vecchiaia e piccole rughe che le deturpavano il viso che un tempo era stato bello, mentre attizzava il fuoco nel grande ed annerito forno a legna
"Già! Non sono riuscita a togliergli st'idea dalla testa! Pazienza un'altra bocca da sfamare!" rispose rassegnata
"Quattro braccia sono meglio di due" osservai con convinzione e rimboccandomi le maniche iniziai a mescolare la farina con l'acqua e il lievito.
La pasta crebbe a dismisura diventando una grande massa corpulenta e con l'aiuto di mia madre iniziai a dividerla in piccole pagnottelle che poi infornammo.

Il sole arrivò al culmine del cielo sovrastando rovente la terra e mia madre mi mandò a chiamare i due uomini a lavoro nei campi per il pranzo.
Mi addentrai per qualche metro attraverso il grano e trovai quel Bill a petto nudo, il quale riluceva velato di sudore alla luce solare che sembrava lo facesse brillare di luce propria. La fronte era anch'essa perlata da grandi goccioline d'acqua salata e il viso era visibilmente provato dalla fatica, sfoderava due braccia dai muscoli ben delineati così come anche l'addome che inizialmente mi era sembrato esile.
Restai ad osservarlo incantata per dei minuti; io che non avevo mai degnato di uno sguardo i ragazzi del paese che mi facevano la corte, ma anzi mi divertivo a deriderli ora mi trovavo ammaliata da quel forestiero.
Si accorse di me e con un sorriso radioso si fermò e in quel momento mi sentii lo stomaco sottosopra, mi sentii strana, mi sentii malata di un qualcosa che a me era ignoto.