CAPITOLO 3
Dopo un'ora e mezza che mi ero imbarcata sull'aereo fecimo scalo a Milano. Quando misi piede sulla terra erano le 8 del mattino in punto e fui felicissima di poter finalmente lasciare quell'aereo dell'orrore prima che avrei commesso un omicidio. Il volo sarebbe stato abbastanza tranquillo se non fosse stato per l'odioso mocciosetto seduto accanto a me; mi fissava analizzandomi scrupolosamente con quegli occhietti verdastri socchiusi in una sottilissima fessura, non perdeva occasione per mollarmi qualche brusca gomitata o qualche calcione sullo stinco e allora gli lanciavo delle occhiatacce per incenerirlo con lo sguardo ma lui noncurante si limitava a sorridermi beffardo mostrandomi i due vuoti che aveva al posto degli incisivi. Avrei volentieri voluto cambiare posto, ma peccato che con la mia solita fortuna posti liberi non c'è n'erano e inoltre nessuno era disposto a cambiare il loro posto con il mio perchè si erano accorti che quel bambino era una peste e quindi ebbi l'incombenza per tutto il tempo del volo di sopportarlo. Il peggio fu quando l'hostess si avvicinò e chiese gentilmente se volevamo qualcosa da bere, io rifiutai ma il mocciosetto chiese del succo di frutta, la signorina glielo porse in men che non si dica con un sorriso amorevole e quando si fu allontanata quel diavolaccio lo aprì e me lo rovesciò addosso. Avrei voluto strangolarlo e giuro che stavo per farlo veramente, la sua salvezza fu la voce del pilota che annunciava l'arrivo a Linate e avvertiva di prepararsi all'atteraggio e allacciare le cinture. Appena toccai terra però ebbi la mia vendetta: il diavolaccio stava correndo verso la folla di persone che aspettavano i loro cari ed amici, nel momento in cui mi passò accanto stesi leggermente la gamba destra quel tanto che bastava a far riuscire lo sgambetto e farlo cadere a terra; quel poveraccio fece un ruzzolone che non avrebbe più dimenticato e tutta soddisfatta mi allontanai mentre un signore si avvicinava a soccorerlo. Francamente non mi importava se mi avesse visto o no mi dovevano pagare oro per averlo sopportato tutto quel tempo senza toccergli un capello, almeno fino al quel momento.
L'aeroporto di Linate era enorme, maestoso e pieno di gente proveniente da ogni parte del mondo. Se l'aeroporto di Catania mi era sembrato grandioso messo a confronto con quello era niente.
Visto che non ero mai stata a Milano e che al prossimo volo, quello che finalmente mi avrebbe portato oltre oceano ci sarebbero volute ancora 4 ore piene decisi di prendere bagagli in spalla ed andarmene un pò in giro alla scoperta di Milano. Ma prima mi diressi verso i bagni a cambiarmi la maglietta macchiata con il succo e misi su una canotta grigia.
All'uscita dell'aeroporto c'era una mappa di quella zona della città con segnate le stazioni della metropolitana più vicine. Mi incamminai verso quella che distava qualche centinaio di metri feci il biglietto e attesi pazientemente che arrivasse il velocissimo treno sotterraneo che era appena partito. Davanti ad uno dei grandi pilastroni c'era un barbone che suonava la sua chitarra smanciata ed accanto aveva un cappello logoro dove i passanti più sensibili che si impietosivano lasciavano qualche centesimo. Lo trovai bravo e non potei far a meno di avvicinarmi a lui e lasciargli anch'io qualche spicciolo. Mi controllai le tasche e vi trovai una moneta da 2€ che lasciai scivolare nel cappello, il barbone mi sorrise scoprendo dei denti malconci, quasi marci, ricambiai cortesemente il sorriso e mi allontanai quando quest'ultimo inaspettatemente mi disse con una voce roca e al tempo stesso stridula:
"Non sei di qui, vero?"
"Già, si capisce così tanto?" chiesi stranita
Quello fece di nuovo quel sorriso però con atteggiamento differente, quasi beffardo e poi disse "Beh porti con te dei bagagli"
In quel momento mi sentii la persona mi stupida del mondo che aveva fatto la domanda più stupida del mondo e mi limitai a grattarmi la testa e ridendo di me stessa dissi "Già vero"
il barbone proseguì "Che ci fai qui? Sei un'artista?"
mi sorpresi di quella domanda e strincendomi nelle spalle risposi "Beh artista ancora è una parola grossa, ma lei come fa a saperlo?"
"Non è difficile hai gli occhi dell'artista e poi come mi hai osservato mentre suonavo la mia amata chitarra..." si interruppe accarezzando amorevolmente la sua chitarra come se fosse la sua amante poi proseguì "...suono in questa metropolitana da un bel pò e le persone mi guardano con disgusto, con disprezzo o con pietà e non parlano mai con me, il fatto stesso che tu sei qui a conversare con me e che prima mi hai guardato con ammirazione dimostra che tu guardi al mondo con altri occhi, occhi da artista"
Rimasi ammutolita, non sapevo proprio che dire ma quello noncurante proseguì imperterrito "Sai io mi chiamo Dominiko ed ero come te una volta quando ero giovane, avevo la tua stessa luce negli occhi, avevo la tua stessa voglia di diventare un grande artista! Vivevo in un paesino povero della Polonia e un giorno decisi di partire in cerca di fortuna, avevo i miei risparmi di anni di duro lavoro in tasca e la mia adorata chitarra in spalla..." si interruppe di nuovo, tossì e biascicò con la bocca per far riprendere la salivazione della gola che a furia di parlare gli era diventata secca poi riprese il suo discorso come se niente fosse "...ho girato per molti paesi, ho visto molte grandi città: Cuba, Parigi, Londra, Madrid, Città del Messico e infine Milano e qui sono rimasto diventando ciò che vedi, purtroppo io la mia fortuna non l'ho trovata ma alla fine non mi pento della mia scelta posso dire di aver vissuto una bella vita soprattutto perchè avevo lei che mi faceva compagnia nei momenti di sconforto" e pronunciando quella frase indicò la sua chitarra, mentre io stavo sempre li in piedi che lo ascoltavo assorta in quelle parole che rimbombavano nella mia testa, proseguì "Infine quello che ti voglio dire è che il tuo cammino non sarà facile, ma non ti arrendere persevera e cogli il meglio in ogni tua esperienza, in ogni tua sconfitta. Fai tesoro di ciò che imparerai e se hai la tua passione, il tuo amore per la tua arte, qualunque essa sia, non sarai mai sola" fece una breve pausa "ti auguro di trovare la tua fortuna ragazza e grazie ancora per la tua offerta" appena pronunciate quelle parole una folata di vento mi scompigliò i capelli e mi fece svegliare da quelle parole che mi avevano come stregata, mi girai e vidi che la metropolitanta era arrivata mi affrettai a salire mentre sorrisi al vecchio e lo ringraziai.
In quell'affare si stava stretti, dannatamente stretti! Le persone erano accalcate alle porte, i posti a sedere tutti occupati e stare in piedi era insostenibile. Ero andata a finire nel mezzo di un gruppo di uomini d'affari tutti messi in ghingheri, con le loro 24 ore in una mano e nell'altra i loro i-phone. Erano dei giganti tutti sul metro e ottanta, il più basso a occhio e croce doveva essere 1,70 cm, io in quel gruppo non mi vedevo neanche, sembravo un nano da giardino e la cosa più degradante era che stavo sotto le loro ascelle e il puzzo di sudore era voltastomachevole.
Appena la metropolitana si fermò alla fermata che mi interessava scesi velocemente felice di scappare da quell'aria maleodorante. Percossi un pò di metri e dallo sbocco di una stradina mi trovai nella grande piazza del Duomo di Milano. Era tutto così spettacolare! Tutto così nuovo per me! Tutto così da sogno!
Mi andai gingillando con il sorriso stampato sulle labbra per la grande piazza che pululava di persone di ogni etnia e di artisti di strada completamente in bianco che si immedesimavano in statue. Arrivai al maestoso Duomo e mi tornarono in mente le lezioni di storia dell'arte che avevo fatto al secondo anno del Liceo Artistico: lo studio del gotico.
L'unico esemplare di cattedrale italiana dell'epoca gotica che riprendeva lo schema delle spettacolari cattedrali d'Oltralpe: le dimensioni mastodontiche, gli innumerevoli guglie, le decorazioni plastiche delle navate e delle finestre; tutto semplicemente magnifico.
Pescai dalla borsa a mano la macchina fotografica e feci un bel pò di foto poi decisi di tornare indietro all'aeroporto. Prima di uscire dalla grande piazza e di imboccare la stradina da dove ero venuta vidi che proprio all'angolo stava un negozio di piercing e tatuaggi, non potei fare a meno di entrarci ed un energumeno pieno di tatuaggi e piercing mi salutò e mi chiese cosa volessi fare, senza neanche pensarci due volte dissi subito "Snake bite" quello annuì e mi fece segno di andare nella stanza dietro al bancone.
Avevo le palpitazioni per l'eccitazione, finalmente stavo per fare il piercing che tanto avevo bramato, ma avevo anche paura che facesse male e per giunta sarebbe stato un doppio male! Ed ecco che 5 minuti dopo la mia entrata in quella stanza mi specchiavo e vedevo quelle due palline d'acciaio lucente che coronavano i lati inferiori della mia bocca, una goccia di sangue fuoriusciva da entrambi i buchi ma l'uomo pensando che volessi asciugarli, cosa che non avevo assolutamente intenzione di fare perchè facevano un male boia, mi ammonii dicendomi "Non li toccare! lasciali cicatrizzare" mi limitai ad annuire e mi affrettai a pagare il conto e prima che uscissi dall'uscio mi disse "Metti del ghiaccio per i primi 3 giorni" annuii di nuovo, salutai e me ne andai.
Durante il cammino mi resi conto che stavo morendo dalla fame, ma il dolore del piercing appena fatto vinceva il brontolio del mio stomaco.
Presi la metropolitana che fortunatamente era quasi vuota e scesi di nuovo alla fermata del barbone, che non era più li. Ritornai all'aeroporto di Linate, guardai il grande orologio digitale che stava al centro di una grande parete e mi resi conto che era tardissimo corsi a fare il biglietto e subito dopo al check-in poi mi imbarcai sull'aereo e constatai con felicità che accanto a me non c'era nessuno: finalmente un pò di pace!
Appena sfiorai il sedile mi addormentai, era stata una giornata molto stressante.
Quando mi svegliai era buio e sorvolavamo le nuvole che di tanto in tanto erano meno fitte e davano l'opportunità di poter scorgere l'oceano sotto di noi, era una così infinita distesa d'acqua! Sospirai e mormorai "l'oceano Atlantico". L'hostess interruppe il mio scorrere di pensieri chiedentomi se volessi qualcosa da mangiare, dissi di si e ordinai un hamburger che mangiai in un'ora nonostante cercassi di vincere il dolore, poi mi feci portare del ghiaccio secco che misi sui piercing e provai un gran senso di sollievo.
Il viaggio durò 15 ore che passai tra un pisolino e una buona lettura del libro che avevo portato con me "Il fantasma dell'Opera".
Quando toccai con i piedi il suolo statunitense avevo voglia di buttarmi a terra e baciarlo ma mi limitai a respirare quell'aria fresca a pieni polmoni.
Gironzolai per Los Angeles guardando tutto con occhi di meraviglia e scattando foto di ogni posto pazzesco che vedevo fino che la memoria della macchina fotografica non fu piena. Mentre osservavo tutto a bocca aperta una folata di vento mi fece arrivare in faccia un foglio attaccato male ad un lampione. Il foglio non era altro che l'annuncio di un affitto di un piccolo monolocale ad un prezzo accessibile. Sotto l'annuncio c'erano dei fogliettini con il numero di telefono, ne mancavano due ed io strappai il terzo. Quell'annuncio capitava proprio a pennello. Mi affrettai a comporre il numero, mi rispose una signora che ovviamente parlava in inglese allora sfoderai il mio inglese da 9 alle superiori e nonostante qualche piccola incomprensione iniziale riuscii a fissare un appuntamento.
Mi infilai in un tipico taxi giallo di quelli che facevano vedere nei film, fornii al conducente l'indirizzo e inizò la corsa. Dopo una buona mezz'ora bloccati tra un ingorgo e l'altro riuscì a portarmi a destinazione.